Costruzione

La costruzione del Palazzo di Giuliano Gondi iniziò nel 1489, su disegno di Giuliano da Sangallo, e nel Giugno del 1495, in occasione di una visita del Duca di Urbino a Firenze, fu da lui inaugurato.
Nel 1600 fu aggiunta la bella fontana nel cortile. Nel ‘700 e nei primi dell’ottocento vi furono fatti vari lavori di restauro e di abbellimento per adattare alcune stanze al gusto del tempo.
Negli anni ’70 del 1800 l’architetto Poggi, a seguito del desiderio del Comune di Firenze di allargare la strada che separava Palazzo Gondi da Palazzo Vecchio fu incaricato dei lavori. Poggi demolì un vecchio palazzo, sempre Gondi, che era contiguo a quello fatto dal Sangallo, e allargò l’immobile, completando anche la facciata su via dei Gondi.

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Il Palazzo di Giuliano Gondi e Giuliano da Sangallo

Palazzo Gondi, uno dei più eleganti palazzi patrizi del Quattrocento, si trova all’angolo fra via dei Gondi e Piazza San Firenze. I tre piani della sobria facciata in pietra, che si ergono maestosi, passano gradualmente dal bugnato aggettante in pietra accuratamente lavorata del pian terreno, alla più levigata muratura a scacchiera del primo piano, per terminare infine con i conci lisci dell’ultimo piano. La facciata, nel suo graduale passaggio dal rilievo al liscio, richiama quella di Palazzo Medici Riccardi che risale a quasi cinquant’anni prima. Sostituendo il rustico bugnato del pian terreno di Palazzo Medici Riccardi con blocchi a cuscino finemente lavorati, Palazzo Gondi dialoga anche con il contemporaneo Palazzo Strozzi situato a breve distanza da esso.
Sia che lo si guardi da via del Proconsolo, da via dei Leoni, o dall’angusto Borgo dei Greci al suo sfociare in Piazza San Firenze, il palazzo appare oggi come un unico blocco che occupa prepotentemente la scena. Risulta difficile tenere in considerazione il fatto che non fu costruito in un’unica fase da un individuo e dal suo architetto, anche se noi tutti sappiamo che l’attuale edificio è figlio di genitori multipli. Iniziato nel 1489 da Giuliano da Sangallo (1445 ca. -1516), architetto di grandissimo talento, per conto del ricco mercante fiorentino Giuliano Gondi, il palazzo fu completato soltanto nel XIX secolo da un suo lontano discendente, Eugenio Gondi, il quale affidò all’architetto storicista Giuseppe Poggi (1811-1901) il compito di portare a termine il progetto del Sangallo.
Prima dell’intervento di restauro e del progetto edilizio di Poggi, la famiglia Gondi occupava in questo luogo due palazzi. Comunque, l’ampia piattaforma di via dei Gondi non esisteva finché Poggi non buttò giù il vecchio palazzo. C’era invece una via medievale, non più larga di Borgo dei Greci, originariamente chiamata via delle Prestanze, che a un certo punto della sua storia fu anche chiamata Sdrucciolo della Dogana. Non si può analizzare il palazzo di Giuliano Gondi e Giuliano da Sangallo senza spogliarlo dei suoi vari strati, molti dei quali sono aggiunte fatte nel corso del tempo che hanno messo alla prova gli studiosi moderni.

Il committente: Giuliano di Leonardo di Leonardo di Simone Gondi
La sola immagine che abbiamo di Giuliano Gondi è quella ad opera di Tommaso Redi (1665-1726) a cui nel 1711 fu commissionato un dipinto per il salone di Palazzo Gondi che doveva andare ad arricchire la serie dei ritratti di famiglia presenti in quella stanza. Da un libro dei conti tenuto da Vincenzo Gondi nel periodo che va dal 1699 al 1724, apprendiamo che a Redi fu chiesto di basare il suo ritratto su quello precedentemente dipinto a fresco nell’ingresso di Palazzo Gondi.
Il ritratto affrescato di Giuliano è scomparso da tempo, nessuna traccia di esso è stata trovata nel corso del recente restauro. La nascita di Palazzo Gondi era di là da venire quando nel 1449, all’età di 28 anni, Giuliano prese per la prima volta le redini dell’attività paterna di commercio della seta. Ciononostante, nella Firenze del Quattrocento, dove la costruzione di un palazzo di famiglia era un importante atto sociale e politico, Giuliano deve aver sognato di lasciare la propria impronta sul paesaggio urbano. Il palazzo ancestrale con la sua torre e la loggia, situato nella parrocchia di Santa Maria degli Ughi, era stato venduto nel 1428 dal padre di Giuliano, Leonardo. Giuliano crebbe nella casa che suo padre prese in affitto in via delle Terme, nella parrocchia di Santi Apostoli, a poca distanza dalla parrocchia di famiglia. Suo nonno Simone era stato uno degli uomini più ricchi di Firenze. Leonardo decise che era necessaria un’azione radicale: per raccogliere capitali si disfece della proprietà urbana. Se da un lato la sua decisione privò i suoi eredi di ogni impronta fisica sulla città, dall’altro gli permise di costruire un’attività che costituì un trampolino di lancio per suo figlio. Giuliano, a sua volta, restituì alla famiglia il suo posto fra i gradini più alti dei fiorentini benestanti. Egli si dedicò alla “compagnia di battiloro” avviata da suo padre, che, assumendosi grandi rischi, espanse a livello di commercio internazionale. Egli era ambizioso e perfino audace nella sua ricerca della ricchezza. Alla sua morte, nel 1501, era fra i più ricchi cittadini di Firenze.
Ben presto, prima del 1452, i suoi interessi professionali lo portarono a Napoli, dove creò un ramo fiorente e redditizio della sua attività. Il re Ferdinando e suo figlio Alfonso, duca di Calabria, agevolarono le sue mire dato che essi dipendevano dalla sua disponibilità a prestar loro (e ad altri) somme considerevoli di denaro.

Giuliano compra un palazzo in città: Palazzo Giugni
Nel 1455 Giuliano acquistò un palazzo costruito per la famiglia Giugni nel Quartiere di Santa Croce, Gonfalone del Bue, parrocchia di San Firenze. Tramite tale acquisto Giuliano entrò nelle fila dei possidenti urbani, dando alla propria famiglia, per la prima volta dal 1428, un’identità fisica entro il tessuto urbano. Egli fece anche l’audace mossa di lasciarsi alle spalle il gonfalone della propria famiglia per trasferirsi in un altro quartiere della città. Palazzo Giugni, che d’ora in avanti verrà indicato come il vecchio Palazzo Gondi per distinguerlo dal nuovo palazzo del Sangallo, era un maestoso edificio che era stato costruito non più tardi dell’inizio del XV secolo, con ogni probabilità, nel corso del XIV secolo. I Giugni furono obbligati a vendere per ripagare i propri debiti. Per svariati secoli, il vecchio Palazzo Gondi —talvolta chiamato Torre Gondi — fu parte della storia della famiglia Gondi quanto il nuovo palazzo iniziato da Giuliano da Sangallo. I due edifici sono visibili fianco a fianco in un dipinto di Signorini.
Per secoli i Gondi trassero vantaggi economici dal dare in affitto le botteghe del vecchio palazzo, sia lungo la via che sulla piazza. Una di queste botteghe fu trasformata da Giuliano per usarla per la sua attività commerciale. Nel 1457 egli elencava una bottega di battiloro all’angolo di via dei Leoni. La luce e l’aria lungo questa estremità del palazzo in via delle Prestanze, erano comunque considerevolmente ridotte nel XVI secolo, allorché la mole di Palazzo Vecchio fu estesa verso l’angolo di via dei Leoni, privando effettivamente i piani superiori del vecchio Palazzo Gondi di qualsiasi vista. Forse, ad un certo momento della loro storia, le stanze lungo via dei Gondi furono usate come magazzini per le botteghe sottostanti. Nel XIX secolo la potenziale perdita di luce degli uffici comunali fu uno dei motivi forniti dall’amministrazione municipale per ampliare via dei Gondi. Il desiderio del comune di farne una via ampia e dignitosa contribuì a giustificare la contrattazione relativa alla proprietà fra l’amministrazione municipale e Eugenio Gondi.
Un particolare di un dipinto di Bernardo Bellotto di Piazza della Signoria mostra il retro del vecchio Palazzo Gondi e la varietà di edifici più piccoli lungo via dei Gondi che vennero successivamente demoliti per allargare la strada .
Un disegno rivela che vi era una vecchia torre medievale, probabilmente del XIII secolo, che era stata incorporata nel Palazzo Giugni molto tempo prima che Giuliano Gondi lo acquistasse. Una origine duecentesca è suggerita dalle bugne di piccole dimensioni, non dissimili da quelle della vicina torre del Bargello.
Un disegno a colori del 1875 delle antiche rovine riportate alla luce durante l’ampliamento della strada, conservato nell’ Archivio Storico del Comune di Firenze, mostra una pianta sommaria del teatro in relazione a Palazzo Gondi. Gran parte di Palazzo Giugni e della torre poggiavano sopra le rovine romane.

Difficoltà iniziali: la famiglia di Giuliano e il bisogno di espandersi
Nonostante le ragionevoli dimensioni della proprietà Giugni, col tempo Giuliano ebbe bisogno di uno spazio più ampio.
Nel 1469 la famiglia di Giuliano era cresciuta considerevolmente. Avendo perso anche la seconda moglie Isabella, egli, nel 1460, si era risposato nuovamente— stavolta con Antonia, la figlia di Lorenzo di Rinieri Scolari.
Nel 1480 Giuliano lamentava che la sua casa non era abbastanza grande. La sua famiglia era certamente invecchiata ed era cresciuta con l’arrivo di un bambino, Niccolò. La moglie trentaseienne era incinta di cinque mesi. Quattro dei suoi figli erano adulti. Leonardo, il primogenito, aveva 29 anni ma in quel momento non aveva un lavoro. Gli altri tre figli lavoravano in terra straniera indubbiamente per l’azienda di famiglia: Giovanbattista (28 anni) era a Costantinopoli, Bilicozzo (24 anni) si trovava a Napoli. Giuliano sapeva certamente che quando i figli maschi adulti si sarebbero sposati, la sua casa non sarebbe più stata in grado di ospitarli. Avendo bisogno di maggior spazio, Giuliano prese in affitto un altro immobile dall’Arte di Calimala. Nel 1480 Giuliano subaffittò metà della casa a Ser Piero da Vinci, padre di Leonardo da Vinci. Ser Piero, un notaio di cui si avvalevano i Gondi, lasciò ben presto libero l’immobile e Giuliano ebbe la grande casa tutta per sé. Il terzo immobile che egli prese in affitto dall’Arte di Calimala erano dei locali ad uso ufficio di media grandezza, che si trovavano al pianterreno della grande casa e costituiti da un androne, varie stanze non meglio specificate e una sala delle udienze.

L’intervento di Lorenzo de’ Medici
Il 12 ottobre 1485, Giuliano acquistò tutte le proprietà che aveva preso in affitto dall’Arte di Calimala grazie all’ intercessione di Lorenzo de’ Medici.
Tecnicamente la proprietà non fu venduta bensì barattata con la bottega di un mercante di seta. Lorenzo facilitò ogni fase del processo. Lorenzo fece da garante e l’autentica dell’atto di vendita da parte di un notaio avvenne addirittura a Palazzo Medici Riccardi. Verosimilmente Gondi acquistò tale proprietà al fine di costruire un palazzo nuovo di zecca.
Fu tra il 1485 e il 1490 che Giuliano prese la decisione di edificare. Se prestiamo fede a ciò che dice Tribaldo de’ Rossi, Gondi continuò ad acquistare altre proprietà anche dopo l’inizio dei lavori del suo nuovo palazzo. Nelle sue affascinanti Ricordanze, Tribaldo dice che Giuliano acquistò l’ufficio della Grascia il 5 giugno 1490 per ampliare la sua casa che stava da poco costruendo. Inoltre, grazie all’aiuto di Lorenzo, riuscì ad acquistarla per una cifra minuscola, facendo quindi un ottimo affare.

Arbitrato vincolante: la casa degli Asini
Quando Giuliano iniziò il suo palazzo nell’estate del 1489 (come dice Luca Landucci, nel suo Diario fiorentino dal 1450 al 1516), non aveva la proprietà di tutta l’area che gli serviva per completarlo. Infatti, mancava un pezzo importante: gli occorreva la casa degli Asini, sul lato nord accanto all’ immobile dell’Arte di Calimala, senza la quale il cortile della sua casa sarebbe stato decentrato e a margine del suo nuovo palazzo. Senza la casa della famiglia Asini non avrebbe neanche potuto finire l’ultima campata. Entro la fine del 1475 la famiglia Asini era in una profonda crisi finanziaria; avevano infatti perso il diritto di lavorare a Roma ed erano quindi sprofondati nei debiti e impossibilitati a lavorare. Il 10 giugno 1491, Giuliano Gondi fece ricorso a un arbitrato vincolante con Mariotto Asini ed il 27 giugno 1491 gli arbitri decretarono che Giuliano avrebbe acquistato la casa per 1200 fiorini.

L’arte della facciata
La facciata è un capolavoro con il suo bugnato digradante che passa dai blocchi arrotondati dalla superficie ruvida del pianterreno, a una lavorazione della muratura a scacchiera del piano nobile meno in rilievo, per terminare coi blocchi appena accennati dell’ ultimo piano, piatti e lisci. Così come il bugnato va ad attenuarsi, anche l’altezza di ogni piano diminuisce gradualmente. Nella facciata di palazzo Gondi gli archi sopra le porte e le finestre sono impostati nella tipica maniera fiorentina: i conci rastremati vanno a scalare e culminano in un’alta chiave di volta. Inoltre ogni concio rastremato è inserito nei corsi orizzontali del bugnato della facciata. Ancora più suggestiva è la croce modificata, realizzata fra una finestra e l’altra, avente due bracci verticali lunghi, le cui estremità sia in alto che in basso terminano a punta, e due orizzontali corti. Il disegno, nel suo complesso, dà un senso di verticalità che fa da contrappeso all’orizzontalità delle fasce marcapiano dentellate e del cornicione sovrastante.
Nel loro aspetto odierno, le finestre della facciata di Palazzo Gondi non solo sono inconsuete per la forma dei loro conci rastremati, ma anche per il fatto che non appartengono alla tipologia caratteristica dei palazzi della seconda metà del Quattrocento. In origine non solo esse erano bifore e contenevano nelle loro lunette l’ arme dei Gondi, ma erano anche provviste di inconsuete traverse che le dividevano in quattro luci. L’ Histoire généalogique de la maison de Gondi, opera di Corbinelli pubblicata nel 1705, contiene un’incisione della facciata del palazzo del Sangallo. Un particolare dei due piani superiori mostra chiaramente quattro finestre (due al piano nobile e due all’ultimo piano) che, nelle lunette in pietra, recano le imprese dei Gondi.
Nel corso del recente restauro una di tali lunette è stata trasferita da una polverosa corte di servizio al cortile principale, dove può ora essere ammirata. Il centro della lunetta si apre in un oculo – motivo inconsueto per le finestre fiorentine. Ad ogni lato dell’apertura circolare, comodamente inserite nei lati obliqui della lunetta, si trovano due braccia, piegate all’altezza del gomito e protette da un’armatura, che reggono delle mazze. Ritroviamo lo stesso emblema dei Gondi nei capitelli della cappella Gondi in Santa Maria Novella, anch’essa opera di Giuliano da Sangallo. Corbinelli riferisce che, secondo la tradizione di famiglia, essi erano parte di uno stemma che il Re di Napoli disegnò per Giuliano Gondi.
L’oculo non era il solo aspetto inconsueto delle finestre di Palazzo Gondi. Traverse in pietra, più tipiche delle finestre dei palazzi romani che non di quelli fiorentini, dividevano originariamente la finestra sia in senso verticale che orizzontale. Il fatto che il disegno della finestra fosse parte della costruzione originale è confermato anche dal disegno della facciata di Vasari il Giovane risalente al 1598. Vasari ricostruisce idealmente la tipologia di finestra guelfa lungo l’intera facciata di entrambi i piani superiori.
La facciata è chiaramente ma sobriamente caratterizzata da segni attestanti la proprietà da parte della famiglia. Ad esclusione della ripetizione dell’arme dei Gondi nelle lunette delle finestre, si fece un uso minimo di emblemi araldici. Le punte di diamante da cui escono fiamme, sono uno degli emblemi personali di Giuliano Gondi, che decorano i due reggi torcia che si trovano ai lati della porta centrale. Si può anche supporre che tali emblemi fossero presenti su tutti gli elementi in ferro che si trovavano all’esterno, così come avveniva per la facciata del contemporaneo Palazzo Strozzi. C’era inoltre un ultimo elemento originariamente destinato ad essere collocato all’esterno del palazzo che era altamente insolito, se non addirittura unico nella Firenze del Quattrocento. Infatti Giuliano da Sangallo aveva intenzione di collocare sull’angolo della facciata una statua classica a grandezza naturale, di un Senatore romano che era stata rinvenuta durante lo scavo delle fondamenta del Palazzo di Parte Guelfa, in origine sede degli antichi bagni termali romani.

La facciata: Sangallo contro Poggi
Quando Giuseppe Poggi iniziò il restauro della facciata e i lavori di ampliamento dell’angolo e lungo via dei Gondi del palazzo del Sangallo, egli sentì sulle proprie spalle tutto il peso dell’architetto rinascimentale e dell’importanza del proprio compito affidatogli da Eugenio Gondi, terminare il palazzo senza stravolgere l’idea originaria.
Poggi doveva stabilire ciò che era opera del Sangallo e ciò che non lo era e decise erroneamente che la struttura in pietra (il rilievo della lunetta e le traverse) che decorava le finestre, di cui si è parlato in precedenza, non poteva essere opera del Sangallo.
Un altro elemento inconsueto attrasse l’interesse del Poggi. la balaustra a copertura del cornicione che era già stata smantellata quando il Poggi iniziò i lavori. Essa è visibile nell’immagine di Palazzo Gondi nel dipinto del 1651 di Lorenzo Mariani. Corbinelli la raffigura all’inizio del XVIII secolo con balaustri a forma di colonnine. Giuliano da Sangallo era noto per il suo precoce uso di eleganti balaustri come nel caso dei sostegni ben torniti della scalinata del cortile. Per la nuova terrazza lungo via dei Gondi, nonché per la balaustra di una scala interna, egli usò delle piccole colonnine con capitelli tuscanici. Quella non era certo la prima volta che Poggi attingeva per il suo lavoro ai motivi quattrocenteschi del palazzo originario o che riusava vecchi materiali. Nel suo Stato del Palazzo, nel capitolo Aggiunta al Palazzo egli afferma che per il basamento in pietra della terrazza su via dei Gondi si avvalse dei materiali ricavati nella demolizione dei vecchi fabbricati. Un’analisi del relativo bugnato conferma l’asserzione di Poggi di aver fatto uso, per rivestire la facciata esterna sotto la terrazza su via dei Gondi, di vecchi blocchi di pietra provenienti da Palazzo Giugni. Ancora più sorprendente fu il riutilizzo e la riproduzione da parte di Poggi di peducci quattrocenteschi al primo piano del palazzo. I peducci che si trovano ai lati dei passaggi e delle scale dei piani superiori sono di una tipologia comune negli anni settanta del 1400.

Il palazzo e la strada
La vista che abbiamo oggi della facciata non sarebbe stata possibile quando Giuliano da Sangallo iniziò il palazzo. L’ampia distesa di piazza San Firenze è relativamente nuova, infatti, all’ epoca di Giuliano Gondi, il vecchio palazzo (Palazzo Giugni) si affacciava su una piazza stretta e lunga, davanti a una chiesa medievale molto più piccola. Le torri medievali delle famiglie Magalotti e Mancini chiudevano il lato sud della piccola piazza. La facciata concepita dal Sangallo fronteggiava invece una via stretta e irregolare che, con andamento serpeggiante, procedeva in direzione del Bargello. Questo per costruire una facciata rettilinea portava ad una perdita di spazio edificabile. Ma nonostante il beneficio estetico che ne sarebbe derivato per il suo palazzo, il saggio mercante Giuliano non sarebbe mai e poi mai stato disposto a dare alla città niente per niente. Egli concluse un affare con i funzionari del Consiglio del Popolo: avrebbe ceduto una fetta della sua proprietà alla città se avesse in cambio potuto acquistare un immobile di proprietà del comune (come avrebbe fatto in seguito il suo discendente Eugenio Gondi), che in quanto tale non era normalmente in vendita. L’immobile che acquistò era esattamente l’Ufficio della Grascia in via delle Prestanze, di cui si è parlato precedentemente. La preoccupazione di Giuliano Gondi per la presentazione visiva del proprio palazzo induce a domandarsi quale fosse la grandezza del palazzo che egli intendeva costruire — è stato suggerito sette, nove o addirittura undici campate. Vasari ci dice: <>.
Nell’ultimo quarto del XIX secolo, il palazzo fu completato da Giuseppe Poggi, con sette campate. L’ampliamento di Poggi fu in definitiva condizionato dalla portata dell’allargamento di via dei Gondi. L’amministrazione comunale di Firenze voleva allargare la strada di dieci metri che alla fine, dietro suggerimento del Poggi, fu invece ingrandita di dodici metri.
Nelle sue Istorie Fiorentine, relative all’anno 1535, Giovanni Cambi dice che era una vergogna che i figli di Giuliano deceduto nel 1501, non completassero il palazzo o la cappella che avevano iniziato in Santa Maria Novella. Comunque i figli tanto denigrati cercarono in realtà di completare il palazzo del padre e naturalmente fecero importanti lavori anche alla cappella. Nel 1506, cinque anni dopo la morte del padre, gli Ufficiali della Torre del Comune di Firenze minacciarono di multarli se non avessero rimosso i blocchi di pietra che giacevano nella strada. Inoltre un libro dei conti di Federigo Gondi, figlio di Giuliano, rinvenuto di recente, riporta pagamenti fino al 1515 a muratori e scalpellini, per il legno delle impalcature, e altri tipi di pagamento per le maestranze ingaggiate per il palazzo. Al 1536, con l’eccezione di Federigo, tutti i figli di Giuliano erano morti. In quell’anno Federigo fece testamento nominando suoi eredi tutti i nipoti maschi e chiedendo loro di continuare i lavori alla cappella Gondi. Egli morì entro un anno e sembra proprio che, durante il resto del secolo, non fu intrapreso nessun lavoro importante per completare il palazzo.