Piano Nobile

Grande Salone con soffitto a cassettone dominato dal caminetto monumentale, in pietra forte, disegnato da Giuliano da Sangallo e sormontato da due grandi statue di Ercole e Sansone, che come Numi Tutelari, proteggono la porta e le finestre del palazzo; alle pareti una serie di ritratti ritraggono i personaggi più famosi del ramo francese.

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Il primo piano e le sale monumentali
Il primo piano racchiude il grande salone ed altre sale monumentali. Il salone fu costruito, come in tutti i palazzi per ricevere i personaggi illustri, in visita, e per effettuarvi il ricevimento dei numerosi parenti e delle altre famiglie importanti della città. Alcuni degli ambienti del primo piano furono trasformati nei secoli per assolvere alle diverse esigenze del tempo e per seguire le mode che l’evolvere dei secoli imponeva.

Il Salone e Il camino del Sangallo
Il salone è uno dei luoghi che più mantiene l’aspetto originale adornato dal grande camino del Sangallo e dalle sue statue, e da una serie di grandi ritratti dei personaggi famosi di casa Gondi, che furono posti agli inizi del ‘700. È lo stesso Vasari a rendersi conto della sua importanza quando, nella Vita di Giuliano da Sangallo, scrive: “fece fra le altre cose un cammino molto ricco d’intagli e tanto vario di componimento e bello che non se n’era insino allora veduto un simile, né con tanta copia di figure”.Vasari ben vedeva nel camino Gondi l’inizio di una nuova ricerca decorativa, un modo di intendere il rapporto tra elementi architettonici e apparato scultoreo che non aveva riscontri con quanto era stato fatto sinora.
Architettura e ornamento: è sul loro nuovo equilibrio che si giocano gran parte delle novità del camino di Palazzo Gondi.
Oltre alle dimensioni monumentali, è l’elemento strutturale ad imporsi nel camino Gondi, sono i due giganteschi balaustri che lo incorniciano in basso, è l’altissima trabeazione sulla quale trovano alloggio le figure del fregio principale, sono persino i dadi allungati che la contengono lateralmente, fittamente decorati da un complesso sistema di trofei militari e stemmi familiari, sui quali si imposta l’apparato di cornici classicheggianti che sorreggono i basamenti delle statue di Ercole e di Sansone.
Giuliano da Sangallo era un artista che apparteneva, per origini familiari, a quel gruppo di artigiani, decoratori, scalpellini, intagliatori che costituisce l’essenziale sottobosco del rinascimento fiorentino, che si muoveva anche intorno ai grandi artisti e alle opere più prestigiose, che poteva occuparsi indifferentemente di un arredo lapideo come di una fornitura ad intaglio ligneo. Architetto prediletto da Lorenzo il Magnifico e dal suo entourage, richiesto dal re di Napoli, dal duca di Milano, da Giuliano della Rovere (futuro papa Giulio II), sembra tuttavia essere ancora il mondo della sua giovinezza ad emergere nel camino Gondi, sembra cioè che sia proprio in quest’opera che abbiano modo di manifestarsi le due anime del Sangallo perché se è vero che è la composizione architettonica a risaltare con un vigore inedito, è anche vero che sarà ancora verso un maestro come Donatello che potremo riconoscere i debiti più evidenti del camino stesso: per la statua del Sansone che deriva quasi alla lettera da quella celebre di San Giorgio per una nicchia di Orsanmichele. Non sono molte le sculture sicuramente riconducibili al nostro artista tranne le due statue soprastanti il camino ed il giovanile Crocifisso intagliato per l’altar maggiore della Santissima Annunziata.
Il progetto per il camino dovrebbe risalire ad una fase finale dei lavori per Palazzo Gondi, interrottisi poco dopo la morte di Giuliano Gondi nel 1501. L’araldica che decora gli sguanci interni dei due dadi laterali si riferisce alle famiglie con cui si erano imparentati lo stesso Giuliano e i suoi figli tramite matrimonio: gli stemmi Corsi e Scolari, Pandolfini, Altoviti, Bartolini Salimbeni e Martelli.

L’alcova
L’alcova che ancora oggi accoglie il visitatore al primo piano di Palazzo Gondi, è l’unico ambiente del primo Settecento rimasto miracolosamente intatto fino ai nostri giorni, passato pressoché indenne dalle profonde trasformazioni che hanno interessato l’edificio nel corso del secolo seguente. Il piccolo ambiente, sorta di gemma dalla preziosa decorazione tardo barocca, venne concepito nell’ambito di una serie di lavori di rinnovamento promossi dai fratelli Vincenzio e Angiolo Gondi, al termine della causa legale che aveva loro riconosciuta la proprietà del Palazzo avìto.
I nuovi proprietari si erano avvalsi dei migliori artefici a disposizione sulla piazza fiorentina; i lavori di architettura vennero affidati ad Antonio Maria Ferri, attivo per i granduchi e per le maggiori casate di Firenze, che nel giro di pochi anni portò a buon fine la trasformazione di una parte dell’antica dimora, introducendo nuovi ambienti in sintonia con l’imperante gusto tardo barocco. L’alcova venne realizzata in occasione del matrimonio di Angiolo Gondi con Elisabetta Cerretani, figlia del senatore Filippo. L’ambiente venne realizzato tra il 1710 e il 1711 coinvolgendo, oltre al già citato Ferri, autore del progetto, il pittore Matteo Bonechi, responsabile degli affreschi che ne ornano la volta e lo stuccatore Giovan Battista Ciceri, al quale si devono gli eleganti stucchi bianco-oro che incorniciano il ciclo pittorico del Bonechi e che ornano il prospetto dell’alcova. E’ inoltre documentato l’intervento del pittore quadraturista Lorenzo del Moro, che si era occupato della decorazione di palchi, spallette e imbotti di porte e finestre. L’alcova, ambiente che fa la sua comparsa nei palazzi nobiliari fiorentini tra il Sei e il Settecento, di norma si compone di due vani comunicanti: l’anticamera, concepita come un salotto riservato adatto a ricevere gli ospiti, dalla quale si accede direttamente all’alcova vera e propria, dove si trovava il letto padronale. L’alcova di Palazzo Gondi non fa eccezione, rispecchiando fedelmente tale schema. Il vano rettangolare dell’anticamera, con soffito ligneo a lacunari arricchiti da rosoni bianco-oro, introduce all’ambiente più raccolto mediante un arcone incorniciato dagli eleganti stucchi del Ciceri che animano il superbo coronamento: lo stemma della casata.

Lorenzo del Moro, pittore di “quadratura” e di “figura”
La decorzione dell’alcova aveva visto all’opera un ulteriore artista, il pittore Lorenzo del Moro. Nel corso degli ultimi restauri, una piccola galleria attigua all’ambiente dell’alcova ha restituito sotto una scialbatura la decorazione tardo barocca a finte architetture, con sculture dipinte alle pareti e uno sfondato illusionistico sulla volta, riconducibili alla stessa epoca. L’ambiente è stato manomesso nel corso di successivi interventi, quindi l’apparato decorativo è solo parzialmente sopravvissuto. L’estrema consunzione delle superfici pittoriche e lo stato di frammentarietà con cui la decorazione della piccola galleria è giunta a noi, impediscono di pronunciare un giudizio definitivo su di essa, sia dal punto di vista stilistico che qualitativo; il nome di Lorenzo Del Moro come autore o per lo meno ideatore dell’intero apparato illusionistico, rimane dunque come plausibile.
Gli ambienti dipinti del primo Ottocento in Palazzo Gondi
Il piano nobile di Palazzo Gondi, anch’esso interessato dagli imponenti lavori di ampliamento e restauro cui l’intero immobile fu sottoposto da Giuseppe Poggi nel corso dell’ottavo decennio dell’Ottocento, conserva ancora fortunosamente una parte degli interventi pittorici che furono eseguiti agli inizi dello stesso secolo; gli ambienti che li ospitano non sono rimasti immuni dagli “aggiornamenti” poggiani, che in alcuni casi ne hanno modificato l’impianto decorativo originario, solo in parte ricostruibile. Nonostante ciò, le testimonianze pittoriche sopravvissute, fino ad ora inedite, si qualificano come opere di estremo interesse, che aggiungono un nuovo tassello alla conoscenza della cultura figurativa fiorentina degli inizi del XIX secolo.
Le sale in oggetto sono tre: le prime due, tra loro attigue, fungono da trait d’union tra l’alcova e il piccolo corridoio-galleria dipinto con architetture illusionistiche – testimonianze superstiti degli interventi decorativi primo settecenteschi – e il salone monumentale che ospita il maestoso camino di Giuliano da Sangallo, e in virtù dei soggetti dipinti sul soffitto della prima e sulle pareti della seconda, ci riferiremo ad esse rispettivamente come la “Sala del Tempo che ghermisce la Bellezza” e la “Sala dei Paesaggi”; per la terza, ubicata nell’ala opposta del piano nobile, il nome più appropriato è la “Sala di Giove ed Ebe”, desunto dal soggetto del bellissimo soffitto interamente affrescato, fortuitamente riemerso in perfette condizioni nel corso del restauro odierno.

Gli interventi pittorici di Niccolò Contestabili in Palazzo Gondi
I dipinti murali che ornano i due ambienti che introducono al maestoso salone del camino sangallesco – la “Sala del Tempo che ghermisce la bellezza” e la “Sala dei Paesaggi”, vengono restituiti in questa sede al pittore pontremolese Niccolò Contestabili – coadiuvato per gli ornati da Giuseppe Ricci, pittore-decoratore, testimonianze rappresentative della sua fortunata attività, non solo per la loro notevole qualità, ma anche in virtù del fatto che, essendo opere documentate e datate, costituiscono dei punti fermi nella sua produzione artistica. Le stanze dipinte sono infatti menzionate in alcuni documenti rinvenuti nell’archivio di Palazzo Gondi. Il ruolo dei due pittori risulta chiaro e distinto: il Contestabili “pittore figurista”, si presenta come pittore di sfondi – cioè gli sfondati illusionistici delle volte – e di paesi; il Ricci “pittore architetto”, come “pittore di ornati”.

La “Sala del Tempo che ghermisce la Bellezza”
Il primo dei due ambienti che introducono al salone del camino del Sangallo, – la “camera” citata dai documenti -, presenta una decorazione pittorica a la pàge secondo l’incipiente gusto neoclassico. Il soffitto presenta uno sfondato centrale di forma ottagonale in cui si trova su un ampio cielo azzurro solcato da nuvole grigie, si stagliano una serie di figure in volo, per la maggior parte concentrate nella metà inferiore: un vecchio alato, dalla lunga barba bianca, avvolto in una veste arancione, si slancia verso una fanciulla afferrando il lembo del velo trasparente che le scende dalla testa; la giovane, avvolta in un ampio manto color verde brillante sotto al quale si scorge una candida tunica a vita alta e dalla generosa scollatura, è colta in una posa altrettanto dinamica, nel vano tentativo di sfuggire alla sua presa.
Sotto di loro svolazzano due putti alati che giocano con una lunga falce, mentre un terzo putto regge nelle mani la clessidra: simboli inequivocabili del Tempo e del suo inesorabile scorrere. Nella porzione superiore, quasi interamente occupata dal cielo, un quarto putto porta nella destra uno specchio, attributo della bellezza e della giovinezza. La scena allegorica rappresenta dunque il Tempo che ghermisce la Bellezza, soggetto già presente nella tradizione figurativa fiorentina.
Le notizie documentarie reperite, permette di attribuire il dipinto in oggetto a Niccolò Contestabili, pittore nato a Pontremoli nel 1759, molto attivo a Firenze dove raggiunse una notevole fama principalmente come pittore di paesaggi e specialista di ‘stanze a paese’ o ‘boscherecce’.

La “Sala dei Paesaggi”
Come accennato, l’intervento del Contestabili interessò anche la sala contigua il “salotto” citato dai documenti, la cui decorazione era completata dall’intervento del già menzionato Giuseppe Ricci. Il soffitto è allietato dal girotondo di dodici putti alati, còlti in pose dinamiche e acrobatiche mentre reggono in volo a mo’ di corona una lunghissima ghirlanda di alloro. Le due scene di paesaggio che si affrontano sulle pareti lunghe, sono attualmente riquadrate dalle cornici in stucco concepite per dare l’impressione di quadri appesi alle pareti. Nei paesaggi di Palazzo Gondi, il Contestabili dipinge a tempera – tecnica ampiamente documentata nella sua attività di pittore murale –, con la quale riesce ad esprimere in modo più puntuale la ricchezza cromatica, gli effetti atmosferici e la minuziosa descrizione dei particolari. I due dipinti, seppure analoghi per dimensioni, impianto compositivo, gamme cromatiche, presentano due situazioni narrative ben distinte e, anzi, diametralmente opposte: il primo, ci mostra una scena idilliaca di gusto arcadico, nella quale scorgiamo sul lato sinistro una famiglia di pastori in viaggio, appena giunti in una radura in riva ad un ruscello, che recano con loro le poche masserizie e il piccolo gregge. Il secondo dipinto ha tutt’altra temperie, presentandoci una scena carica di pathos e tensione, ambientata in un paesaggio scosso da un vento impetuoso e attraversato da nubi di tempesta; in primo piano, al centro di una radura, le inquietanti figure di tre donne scarmigliate. Ad una sua attenta lettura, questa scena si rivela essere la trasposizione pittorica di una scena del Machbet, famosa tragedia di Shakespeare: è il momento in cui le tre streghe, precedute da un rombo di tuono, appaiono nella brughiera a Machbet e Banquo, generali vittoriosi dell’esercito scozzese. Il punto di riferimento del Contestabili per entrambi i dipinti è indubbiamente da ricercare nella produzione di Francesco Zuccarelli, il più grande paesaggista della seconda metà del Settecento che ebbe unanime apprezzamento in tutta Europa.
A ben vedere, i due dipinti murali del Contestabili sono un vero e proprio omaggio allo Zuccarelli, suo maestro.

La “Sala di Giove ed Ebe” di Luigi Catani
Gli ultimi lavori di restauro che hanno interessato gli interni di Palazzo Gondi, hanno portato al recupero inaspettato di un soffitto interamente affrescato in un ambiente situato nell’ala sud del primo piano.
La superficie dipinta, caratterizzata da una smagliante e luminosa gamma cromatica, si presenta in perfetto stato di conservazione grazie all’involontaria protezione di un controsoffitto, realizzato probabilmente all’epoca dei lavori del Poggi, che l’ha celata alla vista per oltre un secolo, preservandola fino ai giorni nostri.
Purtroppo le decorazioni parietali hanno subito ben altro destino, venendo scialbate alla fine dell’Ottocento e perdendo così irrimediabilmente l’originario effetto illusionistico previsto in origine. Nel corso degli ultimi restauri, alcuni saggi effettuati sulle pareti hanno infatti consentito di rinvenire lo schema decorativo originario, troppo compromesso per essere ripristinato, che prevedeva la presenza di esili colonnine disposte a intervalli regolari, poggianti su un alto basamento e sostenenti un fregio figurato continuo a finto bassorilievo quest’ultimo fortunatamente sopravvissuto, oltre le quali si scorgeva un paesaggio a trecentosessanta gradi; l’effetto illusionistico dava così l’impressione di trovarsi all’interno di un padiglione privo di copertura, coronato da un fregio figurato di ispirazione classica, sopra al quale si scorgono ancora le chiome degli alberi che erano visibili all’esterno dell’edificio, aumentando in tal modo la sensazione di uno spazio dilatato e creando l’effetto di continuità tra il paesaggio e il cielo sovrastante, popolato da divinità dell’Olimpo.
Il bellissimo fregio continuo, realizzato a grisaille a simulare un rilievo figurato, lascia sorpresi per la sua altissima qualità e per l’effetto davvero sorprendente, degno di figurare tra gli esiti più alti di questo particolare genere di ornato.
L’effetto del monocromo è ravvivato dai ciuffi d’erba e dalle piante rampicanti che, assieme alle cime frondose degli alberi, fanno capolino sulla sommità del fregio. Davanti ai nostri occhi, i cortei di divinità si susseguono senza soluzione di continuità. Il fregio, oltre ad essere un omaggio all’antichità classica, può essere interpretato, come allusivo alla ciclicità delle stagioni e come “un gioioso trionfo della vita e delle forze della Natura”.
L’autore del fregio in oggetto, è il pittore pratese Luigi Catani, all’epoca famosissimo e considerato tra i massimi pittori-decoratori toscani tra gli anni novanta del Settecento e gli anni trenta dell’Ottocento e tra i più apprezzati interpreti locali dello stile neoclassico “per l’elegante misura narrativa e la grazia cromatica delle sue realizzazioni”.
Nel ‘cielo’ della sala compare la figura maestosa di Giove, padre degli dei, che, cinto da un drappo rosso, è raffigurato su una nuvola, mentre impugna nella mano sinistra lo scettro e con la destra regge la coppa che sta per ricevere il vino. La fanciulla è Ebe, la coppiera degli dei, che si accinge a soddisfare il desiderio di Giove, protendendo la brocca, ad un amorino in volo.
Il bellissimo soffitto dipinto dal Catani, probabilmente nel corso del triennio 1807-1809, fa supporre che l’ambiente che lo ospita fosse in origine una sala da pranzo. Il messaggio che esprime il dipinto si rifà al contesto politico dell’epoca, ed era sicuramente espressione del pensiero del committente, con ogni probabilità il marchese Angiolo Gondi che voleva mostrare, quasi con una nota di denuncia, o forse semplicemente di rassegnazione, quale fosse ormai la reale condizione della Toscana, definitivamente assoggettata alla potenza francese.