Restauro

Anche nel ‘900 continuarono i restauri e la manutenzione del Palazzo. Furono modificati alcuni ambienti per renderli più funzionali e furono trasformate le soffitte in un appartamento con delle terrazze da cui si gode una vista unica sui monumenti di Firenze.

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Il Secolo di Bibi.
Palazzo Gondi nel Ventesimo Secolo si identifica con la vita di Amerigo Gondi, e con la cura che ad esso ha rivolto.
Amerigo, conosciuto universalmente come Bibi, , era nato nel 1909, figlio di Guido e di Isabella Ginori, nipote di Eugenio. Era biondo e di carnagione chiara, occhi azzurrissimi. Il pittore Vittorio Borriello lo ritrae adolescente, seduto su una antica sedia, lo sguardo malinconico, la posa elegante delle gambe.
Ebbe due sorelle Caterina e Maria Luisa che il destino però falciò prematuramente. Coltissimo, raffinato, arguto, internazionale. Alcune sue acute espressioni sono diventate leggendarie e gli sopravvivono sfidando il passaggio delle generazioni.
Quando morì, quasi centenario nel giugno del 2005, lasciando il palazzo a Bernardo, viveva nell’attico del palazzo con la servitù e un cane, dove fino all’ultimo usava ricevere conducendo una brillante vita di società.
Quindi a buon diritto possiamo asserire che il Novecento fu per palazzo Gondi il secolo di Bibi.
Agli albori del Novecento il grande sforzo per i lavori di rinnovamento di Eugenio, condotti da Poggi, stava già subendo il critico attacco del passaggio generazionale.
Il severo maniero a scala urbana, con la spessa corazza a bugne di pietra, antica e solenne, doveva forse sembrare un po’ fuori moda.
Eugenio morì nel 1924 e il figlio Guido (1871-1952) abitò il palazzo con la moglie Isabella Ginori fino alla metà del secolo.
In questo periodo Bibi visse molto più volentieri nelle residenze di campagna, almeno fino alla morte del padre, tra la villa di Grignano, vicino Pontassieve e quella di Montarioso nell’immediata campagna a Nord di Siena.

Gli interventi nel Dopoguerra
Nell’aprile del 1954 Amerigo incarica l’architetto Emilio Dori per la progettazione e la direzione dei lavori dell’ultimo piano del palazzo e di altri servizi ad altri piani.
Il suo è stato un recupero che usava un linguaggio espressivo molto equilibrato e in sintonia con la tradizione. L’uso del rivestimento di cotto, la pietra serena, i semplici archi a tutto sesto intonacati.
In palazzo Gondi la scelta di utilizzare l’ultimo piano, cioè il sotto tetto degli alloggi della servitù, delle stanze degli armadi delle lavanderie fu un segno di innovazione e di distacco dalle vecchie glorie e dagli orpelli ottocenteschi.
I lavori per l’attico durarono 3 anni, ma l’opera dell’architetto Dori non si limitò agli estetismi e la creazione di scorci e vedute dall’attico. Infatti fece anche una serie di lavori di manutenzione, sempre tra il 1954 e il ‘57 sono documentati tra i fogli dell’archivio. Come ad esempio la copertura fino alla quota del mezzanino del piccolo cortile conseguente l’accesso dell’entrata delle carrozze e la chiusura della scala di servizio, a pianta triangolare, creata dal Poggi per rendere indipendente una parte del terzo mezzanino sottostante l’attico, creando una “raccolta dependance” accessibile dalla abitazione dell’ultimo piano, detta appartamento di Charles.
Oppure la dotazione di un ascensore nello spazio dei corridoi di accesso a una scala di servizio, la creazione di un piattaforma circolare girevole su cuscinetti a sfera e che, azionata elettricamente, permetteva l’inversione di un’automobile parcheggiata nel cortile di servizio sul lato Ovest. Tale stratagemma è arrivato ai nostri giorni perfettamente funzionante.
Tra il 1960 e il 1972 proseguono vari lavori di manutenzione e abbellimento, sempre sotto la direzione dell’architetto Dori. E’ il caso della “quinta a carattere decorativo che fu costruita sul muro posto verso il confine, fra la proprietà del March. Gondi e il Consorzio Agrario”. Interessante è rilevare che la balaustra del terrazzo davanti al corpo del palazzo arretrato sulla via de’ Gondi era stata sostituita con pilastri realizzati in cemento a finta pietra nel 1971 e la sostituzione dello stemma della cantonata con una copia realizzata dallo scultore Mario Moschi di Forte dei Marmi nel 1972, evidentemente al compimento del secolo, lo stemma e le colonnine di pietra serena aggiunte dal Poggi sull’angolo del palazzo e sulla terrazza avevano fatto il loro corso e dovevano essere sostituite.
In quegli anni Firenze subì i danni dell’alluvione nel novembre 1966. Nel palazzo tale calamità è ricordata con una piccola lapide posta nell’ingresso ad un’altezza del piano di calpestio di circa 3 metri, con la frase lapidaria, appunto, di “il 4 novembre 1966 l’acqua dell’Arno arrivò qui “. Oltre a questa era anche piuttosto evidente sui fusti delle colonne di pietra serena e sulle lesene del vestibolo vetrato la linea lasciata dalla sospensione delle materie grasse galleggianti nel punto più alto, come le benzine e le nafte..
Dai racconti, ancora vivi e partecipi di Bernardo, allora quindicenne, si narra che un’anta del massiccio portone dell’ingresso delle carrozze, fosse stata divelta dalla forza dell’acqua e, seguendo la corrente di flusso a valle del fiume, fosse poi stata ritrovato nel fango sul selciato di piazza della Signoria.
Negli anni ’70 intervenne anche il famoso paesaggista Pietro Porcinai che ristrutturò ed abbellì una terrazza a nord da cui si gode una magnifica vista sul Duomo.
L’evento che ha segnato la fine del Secolo e tracciato un amaro solco in quello che iniziava è stato il furto, operato con una discreta organizzazione, dei documenti antichi dell’archivio, nell’estate dell’anno 2000 sono stati asportati dalle librerie importanti documenti storici di valore inestimabile, una grande perdita per tutta la città di Firenze.

Gli ultimi restauri
Nel 2005 quando Bernardo eredita il palazzo di Piazza San Firenze, la storia dei suoi ultimi cento anni è impressa sulle sue mura.
Avulso dall’importante significato storico e artistico, il palazzo, tradotto in termini meramente edilizi, era in un discreto stato di conservazione e del tutto efficiente, nei limiti delle tecnologie rimaste agli anni Sessanta del secolo appena concluso.
L’antico piano nobile, si presentava come quello più alterato rispetto alla primigenia importanza.
Per oltre un secolo Il monumentale salone, con le tre finestre assiali al portale centrale di piazza San Firenze e con all’interno il camino di Giuliano da Sangallo , ha avuto una sola porta di accesso, quella del vestibolo dello scalone, dato che è stato utilizzato come contenitore di tutti gli arredi del palazzo, e per ciò tutte le altre aperture che lo mettevano in relazione alle attigue sale erano state murate.
Come sorprendente era entrare, attraverso un corridoio che affettava un’infilata di sale del lato Nord del palazzo, in un ripostiglio con una volta affrescata nel Settecento da Matteo Bonechi e che costituiva l’alcova della camera la letto. Gli stucchi dell’arco che incorniciava l’alcova stessa, con angeli che portano in gloria l’arma Gondi, invece erano visibili da un piccolo ufficio dove si trovava una scrivania con un telefono.
Il piano terreno del palazzo, deputato per la maggior parte a contenere esercizi commerciali anche laddove vi erano un tempo le stalle dei cavalli ruotava intorno al cortile del Sangallo.
Il fioraio usufruiva di tutto il cortile per l’esposizione delle piante e degli accessori da giardinaggio rendendo il luogo una selva surreale sbocciata dentro un cortile rinascimentale. A discapito della vulnerabilità della pietra serena del lastricato e delle basi delle colonne.
Anche le cantine, perlopiù in dotazione agli esercizi, fungevano da magazzino, del fioraio, del negozio di pelletteria e del caffè. Una grossa parte era occupata da una grande cassa di ghisa per contenere il gasolio da riscaldamento.
All’esterno i due fronti di piazza San Firenze e di via dei Gondi si presentavano con la loro pietra forte annerita dallo smog e consumata dagli agenti atmosferici.
Tutto questo era un po’ l’aspetto di palazzo Gondi così come si presentava a Bernardo e a Vittoria prima di intraprendere l’importante opera di restauro che è durata 5 anni.